Dentro o fuori
24 gennaio 2026
Gesù entra, i suoi escono, e di lui dicono: “È fuori”. Con una manciata di parole, l’evangelista delinea per noi un contrasto molto efficace, capace di far emergere la novità di Gesù.
Gesù entra, i suoi escono, e di lui dicono: “È fuori”. Con una manciata di parole, l’evangelista delinea per noi un contrasto molto efficace, capace di far emergere la novità di Gesù.
Il brano evangelico odierno inizia con l’offrire uno spaccato della attività di Gesù. Da un lato, il suo ritirarsi presso luoghi appartati, in questo caso presso il mare di Galilea insieme ai suoi discepoli (Mc 3,7), a seguito dell’ostilità di farisei e di erodiani che vedono in lui un fuorilegge di cui liberarsi (Mc 3,6). D’altro lato, il suo essere inseguito da folle entusiaste che accorrono a lui da molte contrade (Mc 3,78), attratte dalle sue parole (Mc 1,27) e dalle sue opere (Mc 3,8), tanto da gettarsi su di lui per toccarlo (Mc 3,10).
Il sabato è per l’ebraismo, come e più che la nostra domenica, il giorno in cui l’attività ordinaria cessa per fare spazio alla lode del Dio creatore e all’attesa del suo giorno: due dimensioni che dovrebbero sostenere ogni giornata, e che spesso preferiamo confinare a un giorno specifico. Con le conseguenze che questo brano del Vangelo ci presenta: la completa indifferenza di fronte a un uomo che ha una mano inaridita, ossia incapace di distendersi e stringere: in una parola, un uomo con un grave impedimento alle relazioni fraterne. Da questo punto di vista, possiamo dirci con sicurezza migliori di costui?
“Il Figlio dell’uomo è Signore anche del sabato”. I primi discepoli di Gesù approdano gradualmente a una migliore comprensione di questa parola ripensando a ciò che egli ha vissuto. E noi ci troviamo a riflettere sulla nostra comprensione del “lecito” e sulla nostra libertà, anche nelle cose più sante.
Nella vastità del tempo e dello spazio, il digiuno rientra nelle esperienze dell’uomo religioso: il rapporto con il cibo dice un rapporto con la vita e con la fonte della vita stessa… Il vivente che non mangia è votato alla morte; di conseguenza il digiuno non può essere una condizione ordinaria e consueta, ma semmai un’eccezione, un’interruzione che ribadisce l’essenza della nostra creaturalità, la nostra dipendenza da altro e da altri, da una vita fuori di noi che concorre a rendere viva e vivibile la nostra stessa vita.
“Gente di poca fede” (v. 30), siamo questo, tutti noi, uomini e donne che credono, ma anche non credono. Gesù lo sa e oggi ci richiama alla fede con immagini che si depositano nella memoria e suscitano un sorriso sui nostri volti spesso tristi e delusi. Alla frammentazione del nostro cuore, diviso tra pensieri, progetti, che rischiano di renderci schiavi nel continuo tentativo di realizzazione, vivendo ogni giorno come una corsa affannata contro la preoccupazione, illusi di poter “allungare, anche di poco la nostra vita” (cf. v. 27), di prevenire l’imprevedibilità, sconosciuta e per questo paurosa, del domani, ci dimentichiamo di vivere il presente e consumiamo tutte le energie nella paura, pre-occupandoci di ciò di cui non possiamo occuparci perché appartiene al futuro, Gesù oggi contrappone l’“unum necesssarium”. Parole attualissime!
Pur volendo restare appartato, come ci racconta Marco nei versetti precedenti al brano di oggi, Gesù attira le folle. Le attira per le sue parole, per la sua compassione e per i suoi gesti di amore verso chi gli chiede aiuto.