Gesù libero desidera sorelle e fratelli liberi
24 marzo 2026
Un primo elemento che colpisce in questo brano è il dialogo fatto di domande tra Gesù e scribi, sacerdoti e anziani. Gesù risponde con una domanda. Dio risponde all’uomo con una domanda.
Un primo elemento che colpisce in questo brano è il dialogo fatto di domande tra Gesù e scribi, sacerdoti e anziani. Gesù risponde con una domanda. Dio risponde all’uomo con una domanda.
Il brano del vangelo odierno svela Gesù come vero Re Messia al cuore della città di David, il tempio di Gerusalemme.
Mentre ci avviciniamo sempre più alla settimana santa e alla celebrazione del mistero pasquale seguiamo Gesù, entrato a Gerusalemme in modo solenne e drammatico al tempo stesso. Questi testi ci consegnano gesti e parole dure che ci obbligano a confrontarci con la nostra perenne mancanza di fede. La fede è il criterio per comprendere ciò che accade, come dice Gesù spiegando l’evento del fico seccato.
Il brano di oggi comincia con una notazione di cammino: “Partiva da Gerico” (v. 46). Gerico è luogo di passaggio verso Gerusalemme, dove si compirà la passione di Gesù. In questo contesto si colloca la guarigione del cieco Bartimeo, quasi a indicare che, prima del mistero della croce, occorre imparare a vedere.
Oggi ci destiamo con un sogno nel cuore, a volte dimentichiamo che è possibile ancora sognare e che i boati di guerra e le macerie della distruzione non possono impedircelo. Lo rendono più difficile e anche più raro, ma non impossibile. Stamani a immaginare il sogno ci accompagna Giuseppe, del quale oggi festeggiamo la memoria: in nessuno dei vangeli troviamo alcun suo dire.
Due forze opposte traversano e travagliano tutto il racconto che abbiamo ascoltato. Due forze che creano una tensione palpabile nell’andamento del brano. Due forze opposte che trasmettono anche a noi questa tensione che ci risveglia dal nostro torpore: la tensione tra la libertà e la paura. La libertà di Gesù di fronte alla paura dei Dodici, che “erano sgomenti” (v. 32), e degli altri discepoli, che “erano impauriti” (v. 32). Espressioni dell’una e dell’altra traspaiono lungo tutto il brano; trapelano nelle parole, nei gesti e nei silenzi di Gesù, di Pietro e dei discepoli.
Il nostro Vangelo lo si può leggere come un esempio di ciò che Gesù ha appena detto: “Chi non accoglie il Regno di Dio come un bambino non entrerà in esso”. Infatti oggi ascoltiamo che un uomo chiede a Gesù cosa fare per guadagnare la vita eterna; domanda alla quale Gesù ha appena dato la risposta: nel Regno di Dio si entra solo come bambini, cioè gratuitamente, non per diritto, conquista o merito, ma accogliendolo come una grazia, questa che è la grazia delle grazie: la vita di comunione con Dio e con tutte le sue creature che Gesù ci dona.
Mi sono tornate alla mente queste parole di fronte al brano del Vangelo di oggi: il nostro Dio è giustizia e misericordia: giustizia che noi affermiamo e invochiamo di fronte agli eventi del mondo così provato; misericordia di cui abbiamo fatto esperienza diretta in tanti momenti della nostra vita.
Il vangelo di oggi raccoglie una serie di insegnamenti di Gesù dopo che per la seconda volta ha annunciato ai discepoli il suo destino di passione, morte e resurrezione (cf. Mc 9,31). I discepoli non capiscono, ci dice Marco, non chiedono spiegazioni e dimostrano che la loro incomprensione è radicale discutendo su chi debba essere il più grande (cf. Mc 9,32-34).
Per la seconda volta, Gesù preannuncia la sua passione: “Il Figlio dell’uomo è consegnato nelle mani degli uomini...”. Il modo in cui si esprime lascia intendere che per lui la sua consegna non si riduce al momento dell’arresto, ma è azione continua, che coincide con la sua vita consegnata agli uomini di cui è figlio. È in quanto figlio di quest’umanità che Gesù fin dall’inizio è consegnato da Dio come dono agli uomini con i quali condivide “carne e sangue”; una consegna a cui egli associa la propria volontà e a cui resta fedele, anche quando alla fine essa viene stravolta nella forma di una “consegna a tradimento” da parte degli stessi uomini che ne hanno ricevuto il dono senza riconoscerlo.
Un padre porta a Gesù il figlio malato. La malattia di una persona ha ripercussioni sulla sua famiglia e Gesù si è confrontato con l’angoscia dei familiari che dalla malattia di un loro caro hanno visto sconvolto l’ordine delle loro giornate e il quadro dei loro affetti e sono precipitati in un abisso di impotenza e dolore.
Dopo sei giorni dall’annuncio della passione e dalla reazione di Pietro a queste parole, dopo sei giorni dall’annuncio della necessità per ogni discepolo del Signore di rinnegare se stesso e prendere la propria croce e seguirlo, Gesù è trasfigurato, Mosè ed Elia conversano con lui e una nube luminosa avvolge i discepoli con la sua ombra.
Gesù ha appena annunciato ai discepoli il cammino che lo attende verso Gerusalemme, ha appena redarguito Pietro ricollocandolo dietro a sé e ora convoca la folla, assieme ai discepoli: allarga non tanto l’uditorio – Gesù non ha l’ansia da prestazione né la vertigine dei numeri – quanto piuttosto i destinatari di una promessa di vita piena. Una vita salvata, una pienezza di senso annunciate non per un futuro lontano, nell’aldilà della storia, ma già qui e ora.
“La gente” aspetta un altro, uno diverso da Gesù che chiede a chi “lo vuole seguire” la scomoda lotta di quello che Lui sta dicendo e facendo: “rinnegare se stessi”, “prendere la propria croce”, “perdere la propria vita (8,34-35).
“La sua rovina fu grande”. È sconcertante che si concluda così il primo grande insegnamento di Gesù. Il cosiddetto “discorso della montagna” si era aperto con la beatitudine, ora si chiude con la rovina, proprio come il Salmo 1, la grande ouverture di tutto il salterio: “Beato l’uomo” – canta nel suo primo versetto – “la via dei malvagi va in rovina” – sentenzia alla fine.