Compimento di una vocazione
3 aprile 2025
Oggi il vangelo ci mostra tutta la pazienza del Signore verso le nostre pretese di grandezza, le nostre presunzioni di fedeltà e forza, le nostre mancanze di umiltà, di comunione, di compassione.
Oggi il vangelo ci mostra tutta la pazienza del Signore verso le nostre pretese di grandezza, le nostre presunzioni di fedeltà e forza, le nostre mancanze di umiltà, di comunione, di compassione.
Un brano in due tempi, quello odierno, entrambi ben noti ma che raramente leggiamo come un insieme inscindibile. Certo, nella promessa del centuplo c’è il piccolo inciso che ricorda la compresenza di “persecuzioni”, ma non sembra avere un rilievo tale da giustificare la reazione dei discepoli, reazione che precede – e non segue – l’annuncio della passione.
“Maestro buono, cosa posso fare per ereditare la vita eterna?” (10,17) Se analizziamo la domanda di questo “tale”, analisi che per altro è Gesù stesso a fare, cosa scopriamo? Dalla domanda possiamo capire il terreno, la terra dove siamo cresciuti, che ci ha formati “dalla giovinezza” (10,20). Possiamo però cambiare dal “terreno di rovi” al “terreno buono!” (4,7-8).
“È lecito a un uomo ripudiare una donna?” “No, l’essere umano non divida ciò che Dio ha congiunto!”
Siamo tentati di sintetizzare così il Vangelo, riducendolo a una brutale contrapposizione tra due morali e intendendo le parole di Gesù come una nuova legge, più severa della prima, ma che allo stesso modo ci permetta di stabilire con chiarezza chi è a posto e chi non lo è. Ebbene, questa era esattamente la prova in cui i farisei speravano di far cadere Gesù e che lui ha scrupolosamente evitato. Badiamo bene allora di non scivolarci noi!
Viviamo di logiche contrappositive, di innumerevoli dicotomie, talmente radicate nel nostro profondo che, anche se apparentemente sopite, possono esplodere da un momento all’altro, come un vulcano che non dà segnali premonitori e lascia senza scampo. Noi-loro, dentro-fuori, amico-nemico, bianco-nero… la lista può diventare infinita, ciascuno di noi ne ha una “preferita”.
Gesù e i Dodici, lasciata la regione della Trasfigurazione, si dirigono verso Gerusalemme attraversando la Galilea, egli sa che cosa l’attende e per la seconda volta lo annuncia ai suoi: “ll Figlio dell’uomo viene consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno; ma, una volta ucciso, dopo tre giorni risorgerà”. Gesù, il Figlio dell’uomo inviato dal cielo a guidare in vie di pace, è il contraddetto fino a divenire il consegnato per essere ucciso.
Pietro si sta scaldando nel cortile. Ha rinnegato per tre volte Gesù, e il gallo ha cantato. Gesù vede Pietro, Pietro vede Gesù: “Allora il Signore si voltò e fissò lo sguardo su Pietro, e Pietro si ricordò della parola che il Signore gli aveva detto ... E, uscito fuori, pianse amaramente” (Lc 22,61-62).
Ogni occasione in cui sperimentiamo la nostra impotenza può produrre in noi frustrazione: è facile comprendere perché la scena iniziale è segnata da una tensione generalizzata: discepoli, scribi e folla discutono animatamente; la reazione della folla al vedere Gesù è denotata più da paura che da stupore, quindi da una fretta opprimente: lo stato di possessione del ragazzo, che gli rende impossibile una vita familiare e sociale, sembra avere contagiato in qualche misura non solo il padre, ma tutti i presenti.
Ci sono testimonianze portate da una luce, pur nelle tenebre. Parole che, la luce, ce la comunicano, rivestendo la realtà non per coprirla ma per rivelarne il senso nascosto. Capita di incontrare testimoni così: quando parlano, una luce si accende nei loro occhi. Sarà stato vero anche per Pietro, Giacomo e Giovanni (cf. 2Pt 1,16-18)? Non prima però che Gesù “fosse risorto dai morti” (v. 9).
Un cielo azzurro, una regione d’Oriente, un villaggio, una casa nel villaggio, una ragazza in casa e, tra il cielo e quella giovane, il volo di un angelo, qualche parola, un breve dialogo, un fremito di stupore e un ultimo battito d’ali.
“Dio si è fatto uomo. Cristo si veste di umanità e appare come uomo qualunque … E non gli bastò farsi simile agli uomini, bensì umiliò sé stesso fino alla condizione di uno schiavo per morire come gli schiavi, inchiodato alla croce … Questo è il Cristo. Questa è la nostra gloria: portare nel nostro grembo tutto l’abbassamento di Cristo povero e schiavo … Ma beati i poveri, quelli che piangono, beati quelli che portano una croce, che hanno fame e sete di giustizia, e beati quando comprendiamo che è arrivata la redenzione e la redenzione solo giungerà per questi cammini che gli uomini non vogliono percorrere” (Óscar A. Romero, Omelia, ottobre 1978).
Il brano che la liturgia ci propone oggi parte con le parole dirette di Gesù che ammonisce i suoi interlocutori. Poco prima aveva invitato a verificare i frutti che crescono sugli alberi dei profeti in modo da comprendere se questi sono davvero tali oppure se sono lupi rapaci.
“Tutto quello che volete che gli uomini facciano a voi …”: queste parole ci chiedono una conoscenza vigile e misericordiosa su noi stessi, che si apre a una conoscenza vigile e misericordiosa sugli altri.
Signore Gesù, ogni nuovo giorno è un appuntamento che tu mi dai, un appuntamento al quale arrivi sempre per primo.
Un avvertimento contro il giudizio avventato nelle relazioni con gli altri che, nella logica della reciprocità, regola elementare dei rapporti umani, rischia di rovesciarmisi contro. L’invito è a guardare a me stesso prima di ogni considerazione sulla vita degli altri, ad intraprendere così la via dell'onestà e della misericordia, rischiarata proprio dal lavorare su di sé.