Parole di giudizio e di speranza

Foto di Melissa Askew su Unsplash
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22 febbraio 2025

Dal Vangelo secondo Matteo - Mt 13,36-43 (Lezionario di Bose)

In quel tempo Gesù 36congedò la folla ed entrò in casa; i suoi discepoli gli si avvicinarono per dirgli: «Spiegaci la parabola della zizzania nel campo». 37Ed egli rispose: «Colui che semina il buon seme è il Figlio dell'uomo. 38Il campo è il mondo e il seme buono sono i figli del Regno. La zizzania sono i figli del Maligno 39e il nemico che l'ha seminata è il diavolo. La mietitura è la fine del mondo e i mietitori sono gli angeli. 40Come dunque si raccoglie la zizzania e la si brucia nel fuoco, così avverrà alla fine del mondo. 41Il Figlio dell'uomo manderà i suoi angeli, i quali raccoglieranno dal suo regno tutti gli scandali e tutti quelli che commettono iniquità 42e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti. 43Allora i giusti splenderanno come il sole nel regno del Padre loro. Chi ha orecchi, ascolti!


Il testo di oggi prende spunto dalla parabola della zizzania nel campo raccontata nei versetti 24-30 nel contesto del discorso in cui l’evangelista Matteo ci parla “in parabole” del Regno di Dio. Parabole che ci invitano a pensare, a compiere un cammino, un itinerario confrontandoci con immagini della realtà, concrete, vive, quotidiane.

Nella parabola il punto essenziale è quella parola del padrone del campo che pur avendo seminato del seme “buono” è richiamato dai suoi servi a constatare la presenza della zizzania: “lasciate che…” il bene e il male crescano insieme, fino al tempo opportuno! Un invito alla pazienza, alla misericordia, all’attesa di un compimento che può essere diverso dalle nostre aspettative.

Nel testo di oggi ecco una spiegazione dettagliata e precisa, rivolta ai soli discepoli, in casa, dei termini della parabola: il seminatore, il campo, il seme, la zizzania, il nemico, la mietitura e i mietitori. Le parole di Gesù sono inequivocabili e ci dicono che “alla fine dei secoli” ci sarà un giudizio in cui “inciampi” (scandali), iniquità (cf. v. 41) saranno raccolti e bruciati, estinti.

Sono parole dure, che possono spaventare e che sembrano contraddire la pazienza mostrata dal padrone che ha seminato… eppure anche qui troviamo una buona notizia! Certo questa spiegazione della parabola è dovuta alla comunità cui Matteo ha destinato il suo vangelo, alla realtà di vita in cui sperimentavano la presenza del peccato, del male e non solo dei buoni frutti della vita alla sequela di Gesù.

Ma sono pure parole di speranza rivolte a noi e alla nostra “comunità” ovvero dove siamo e viviamo. Speranza perché ci dice che il male non è una volontà di Dio, perché il suo seme è “buono”, come fin dal principio ad ogni atto della creazione seguono le parole “… era cosa buona” (Genesi 2).

Anche in noi, che siamo “terra”, nel nostro cuore c’è un seme che è buono, bello, che è destinato a produrre un frutto, una spiga, del grano che poi diventerà pane e sarà condiviso e nutrirà noi e gli altri. E se scopriamo, e accade ad un certo punto, non subito, che in noi emerge la zizzania, quel tipo di grano con spighe nere che ben rappresenta il venir meno della bontà della spiga, allora dobbiamo avere pazienza, non essere impulsivi e cedere alla tentazione di fissare lo sguardo solo su quello dimenticando il buono che ci abita. È più importante il buon frutto!

E al tempo opportuno, alla fine dei secoli (vv. 39.40) il Signore sradicherà quel male, lo renderà inoffensivo e ripulirà il nostro animo, il nostro cuore, la nostra comunità. Perché il Signore non ci abbandonerà, ha promesso che “sarò con voi tutti i giorni fino alla fine dei secoli” (Mt 28.20).

Questa è veramente buona notizia! Il Signore è fedele e il bene che è in noi sarà preservato, non verrà sconfitto dalla zizzania. Il buon grano mantiene intatte le sue caratteristiche, non sarà consumato dal seme cattivo da cui rimane ben distinto. Il buon grano allora diventerà una spiga dorata, piena, abbondante, anche “cento per uno” e risplenderà a “quel sole che spunta dall’alto, grazie alle viscere di misericordia del nostro Dio”, come cantiamo ogni mattina nel Benedictus (Lc 1.78).

fratel Marco