Più ampio e luminoso
3 marzo 2026
Dal Vangelo secondo Matteo - Mt 6,19-23 (Lezionario di Bose)
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: 19«Non accumulate per voi tesori sulla terra, dove tarma e ruggine consumano e dove ladri scassìnano e rubano; 20accumulate invece per voi tesori in cielo, dove né tarma né ruggine consumano e dove ladri non scassìnano e non rubano. 21Perché, dov'è il tuo tesoro, là sarà anche il tuo cuore.
22La lampada del corpo è l'occhio; perciò, se il tuo occhio è semplice, tutto il tuo corpo sarà luminoso; 23ma se il tuo occhio è cattivo, tutto il tuo corpo sarà tenebroso. Se dunque la luce che è in te è tenebra, quanto grande sarà la tenebra!».
Due immagini: il tesoro, per il cuore, e la lampada, per l’occhio. Due detti riconducibili alla sapienza popolare, da collocarsi qui nella prospettiva del discorso della montagna che stiamo leggendo. Chiamati a “sovrabbondare” (cf. Mt 5,20), cerchiamo il “di più” evangelico che ci insegna a discernere ciò che non passa e ci fa trasparenti alla luce.
Tutto il tuo corpo sarà più luminoso, se il tuo occhio diventa più semplice. Se rinuncia alla molteplicità, quella che ti consegna all’illusione dell’avere per essere, all’inganno dell’accumulo: illusione e inganno nello sguardo che portiamo sull’esperienza del possedere, attaccando il cuore a questo o a quello.
L’esortazione ad avere un occhio che sceglie di ritrovare semplicità non è da intendere in modo semplicistico. Non è ingenuità né superficialità. Abbiamo bisogno di uno sguardo capace di cogliere la complessità del reale. Senza però cedere a ciò che distoglie e divide, devia lo sguardo e ammala l’occhio.
Il nostro occhio può essere infatti “malvagio”, invidioso (cf. Mt 20,15). Una finestra chiusa o una lente deformante, che non lascia entrare luce o filtrandola ne mortifica la vitalità. Una lampada che, invece di proiettare luce, può proiettare le tenebre che sono in noi.
Ora, un occhio e un cuore non illuminati ci portano ad affannarci inutilmente per assicurarci un di più che non è vero tesoro, sicuramente ci verrà sottratto.
Commentando le parole: “Vanità delle vanità, dice Qoèlet, vanità delle vanità: tutto è vanità. Quale guadagno viene all’uomo per tutta la fatica con cui si affanna sotto il sole?” (Qo 1,2-3), un padre della Chiesa del IV secolo osserva che c’è un fare, teso ad accumulare e consolidare in questo mondo il di più ricavato, che è “inutile sudore”. A cosa si riduce? Per alcuni consiste “nell’accumulare ricchezze”, “cercare onori”, “costruire edifici”, ma è inutile sudore “perché all’improvviso, nel bel mezzo della loro opera, la morte li strappa via ed essi si sentono dire: ‘Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato [accumulato!] di chi sarà?’ (Lc 12,20). Tanto più che, della loro fatica, costoro non portano nulla con sé, ma ritornano nudi alla terra da cui sono stati tratti” (Girolamo, Commento all’Ecclesiaste).
Allora, come consigliava il sapiente del Siracide, ciò che hai e puoi dare “non si arrugginisca inutilmente sotto una pietra” (Sir 29,10). Trova il modo di far tesoro degli ammonimenti di cui si fanno eco il vangelo e altri autori del Nuovo Testamento, a partire dalla loro attualità (cf. Gc 5,1-6) e dalla storia rivelata (cf. Eb 11,25-27). Punta al di più che davvero rende: sin d’ora fa più ampio il mondo e luminosa la vita.
Riflettendo sul bisogno di “nitore”, sul “dovere di essere limpidi”, un autore contemporaneo scrive: “Per schiarire il mondo dobbiamo portare il nostro chiarore, non accontentarci degli equivoci con cui costruiamo le nostre giornate … Ogni gesto può essere un poco più ampio, può darci e dare qualcosa di più. Non è una prestazione, è un servizio che facciamo alla vita, è un dono che facciamo a chi c’è e a chi non c’è. Non abolisce la morte, non mette fine al dolore, ma ci rende più precisi, più luminosi e trasparenti” (F. Arminio, La cura dello sguardo).
fratel Fabio