Dare la parola agli esclusi

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I cambiamenti più veri nella condizione umana avvengono dall’incontro personale, dal dare la parola al dolore degli esclusi. Anzi la guarigione del cieco provoca anche la guarigione di molti altri (cf. Luca 18,35-43). La folla che non sapeva di vedere ... riceve la vista grazie proprio a colui che, invece, avrebbe voluto zittire...

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La legge di Cristo è la legge del “portare”

“Portate i pesi gli uni degli altri e così adempirete perfettamente la legge di Cristo” (Galati 6,2). Quindi la legge di Cristo è una legge del “portare”. Portare è sopportare. il fratello è un peso per il cristiano ..; solo in quanto è percepito come peso, l’altro è veramente fratello e non un oggetto da dominare. Il peso dell’uomo è stato così pesante anche per lo stesso Dio, che ha dovuto soccombervi sulla croce. Dio ha veramente sopportato gli uomini fino all’estrema sofferenza nel corpo di Gesù Cristo. E in tal modo li ha portati come una madre porta il bambino, come un pastore porta l’agnello che si era smarrito. Dio si è fatto carico degli uomini, ed essi lo hanno piegato sotto il loro peso, ma Dio è rimasto con loro ed essi con lui. Nel sopportare gli uomini dio ha stabilito una comunione con loro. È la legge di Cristo, compiuta sulla croce. a questa legge i cristiani hanno la possibilità di partecipare. Devono portare e sopportare il fratello il fratello , ma la cosa più importante è che ora possono portarlo nella obbedienza a una legge adempiuta da Gesù Cristo ... In primo luogo è la libertà dell’altro a esser di peso al cristiano. Essa va contro il suo desiderio di autocrazia, ma nonostante tutto il cristiano è costretto a riconoscerla. Potrebbe liberarsi di questo peso negando la libertà dell’altro, facendogli violenza, riducendolo a immagine di sé. Se invece egli riconosce nell’altro l’immagine di Dio, gli riconosce di conseguenza la libertà, e da parte sua porta il peso che per lui costituisce la libertà dell’altra creatura. Nella libertà dell’altro rientra tutto ciò che si intende per essenza, peculiarità, disposizioni, anche le debolezze e le stravaganze, che mettono alla prova così duramente la nostra pazienza, vi rientra tutto ciò che dà luogo agli attriti, ai contrasti, agli scontri fra me e l’altro. Portare il peso dell’altro qui significa sopportare la realtà creaturale dell’altro, consentire a essa e arrivare attraverso la sopportazione a trarne motivo di gioia ...


Alla libertà dell’altro si affianca anche l’abuso che se ne può fare nel peccato, altro motivo per cui il fratello risulta di peso al cristiano. È ancora più difficile sopportare il peccato dell’altro che non la sua libertà: nel peccato infatti si distrugge la comunione con Dio e con i fratelli. Qui il cristiano prova la sofferenza per l’infrangersi di quella comunione che si era creata con l’altro in Gesù Cristo. Ma solo qui si rivela pienamente la grandezza della grazia di Dio, anche nella sopportazione. Non disprezzare il peccatore, ma essere nelle possibilità di sopportarlo, significa in effetti non doverlo considerare perduto, ma poterlo prendere per quello che è, conservarci in comunione con lui nella remissione dei peccati: “Fratelli, anche se uno viene sorpreso in qualche fallo, correggetelo con spirito di dolcezza” (Galati 6,1). come Cristo ci ha portato e ci ha accolto nella nostra realtà di peccatori, così noi, finché restiamo in comunione con lui, possiamo portare e accogliere dei peccatori nella comunione di Gesù Cristo, grazie alla remissione dei peccati. Possiamo sopportare i peccati del fratello, senza bisogno di giudicarli. Questa è grazia per il cristiano; c’è forse un peccato nella comunità, a proposito del quale egli non debba esaminare se stesso e accusarsi per la propria infedeltà nella preghiera e nell’intercessione, per la propria mancanza nel servizio fraterno, nella correzione e consolazione fraterna, e ancor più per il proprio peccare individuale, per la propria mancanza di disciplina spirituale , che ha recato danno non solo a lui stesso, ma anche alla comunione e ai fratelli? Ogni peccato del singolo grava sulla comunità nella sua interezza e la espone al giudizio, e per questo la comunità, nonostante il dolore che le è inflitto dal peccato di ogni fratello, e nonostante il peso che in tal modo ricade su di essa, esprime il giubilo di essere stata ritenuta degna di portare e di rimettere i peccati: “Vedi, se tu li porti, anch’essi ti porteranno tutti e ogni cosa sarà comune, le buone e le cattive” (Martinn Lutero) (Dietrich Bonhoeffer, Vita comune, Queriniana, Brescia 2003, pp. 77-78)

Discernere fra amore “psichico” e amore “spirituale”

Esiste un amore del prossimo su basi “psichiche”. È un amore capace dei massimi sacrifici, spesso supera di molto il vero amore in Cristo dal punto di vista dell’entusiasmo nella dedizione e dell’evidenza dei risultati ... L’amore psichico ama l’altro per amore di se stesso, l’amore spirituale ama l’altro per amore di Cristo. Per questo l’amore psichico cerca il contatto immediato con l’altro, non lo ama nella sua libertà, ma lo lega a sé, vuol conquistarlo, sopraffarlo con ogni mezzo, lo opprime, vuol essere irresistibile, vuol dominare. L’amore psichico non tiene gran conto della verità, è disposto a relativizzarla, perché il rapporto con la persona amata non deve essere ostacolato da niente, neppure dalla verità. L’amore psichico ha brama dell’altro, della comunione con lui, del contraccambio del suo amore, ma non è al suo servizio. anzi è ancora la sua brama a manifestarsi nelle apparenze del servizio. Due punti, riducibili peraltro a uno solo, mettono in luce la differenza fra l’amore psichico e quello spirituale: il primo non è in grado di resistere al disciogliersi di una comunione ormai inautentica, per amore della comunione in senso vero; né è in grado di amare il nemico, cioè colui che gli resiste sul serio e tenacemente. il motivo è lo stesso: l’amore psichico è per sua essenza brama, e precisamente brama di comunione psichica. Finché riesce in qualche modo ad appagarla, non vi rinuncia, neppure in nome della verità o del vero amore per l’altro. E se non può aspettarsi appagamento di questa brama, allora è la rovina, e l’altro diventa un nemico ...


L’amore psichico ha come fine solo se stesso, fa di se stesso opera e idolo da adorare, a cui subordina inevitabilmente qualsiasi cosa. Non si cura d’altro, non coltiva e non ama nient’altro che se stesso al mondo. Mentre l’amore spirituale viene da Gesù Cristo, lui solo serve, e sa di non avere accesso immediato all’altro uomo. Cristo è tra me e l’altro ... Il che significa risparmiare all’altro tutti i miei tentativi di condizionarlo, di costringerlo, di dominarlo con il mio amore. Senza dipendere da me, l’altro vuole essere amato per come è, vale a dire come uno per il quale Cristo si è fatto uomo, è morto ed è risorto, ha conseguito la remissione dei peccati e ha preparato la vita eterna ... L’amore psichico si fa una propria immagine dell’altro, di ciò che è e di ciò che dovrà essere. Prende la vita dell’altro nelle proprie mani. L’amore spirituale trae da Gesù Cristo la vera immagine dell’altro, cioè l’immagine su cui Gesù Cristo ha lasciato e vuole lasciare la propria impronta ... L’amore psichico vive un’oscura brama incontrollata e incontrollabile, l’amore spirituale vive nella chiarezza del servizio ordinato secondo la verità. L’amore psichico determina asservimento umano, vincoli di dipendenza, indurimento; l’amore spirituale genera la libertà dei fratelli nella sottomissione alla Parola. L’amore psichico coltiva artificiosi fiori di serra, l’amore spirituale produce i frutti, che crescono perfettamente sani secondo la volontà di Dio a cielo aperto, esposti alla pioggia, alla tempesta e al sole (Dietrich bonhoeffer, Vita comune, Queriniana, Brescia 2003, pp. 27-29).

Il pericolo delle antipatie e delle simpatie

I due grandi pericoli di una comunità sono gli “amici” e i “nemici”. Ben presto la gente che si assomiglia si mette insieme; fa molto piacere stare accanto a qualcuno che ci piace, che ha le nostre stesse idee, lo stesso modo di concepire la vita, lo stesso tipo di umorismo. Ci si nutre l’uno dell’altro; ci si lusinga: “Sei grande!”, “Che forte!”. Le amicizie umane possono cadere rapidamente in un club di mediocri, in cui ci si chiude gli uni sugli altri; ci si lusinga reciprocamente e si fa credere di essere di essere i migliori. Questo impedisce di vedere la propria povertà interiore e le proprie ferite. Allora l’amicizia non è più un incoraggiamento a crescere, ad andare oltre, a servire meglio i nostri fratelli e le nostre sorelle, ad essere più fedeli al dono che ci è stato dato, più attenti allo Spirito, e a continuare a camminare attraverso il deserto verso la terra promessa della liberazione. L’amicizia diventa soffocante e costituisce un ostacolo che impedisce di andare verso gli altri, attenti ai loro bisogni. Alla lunga, certe amicizie si trasformano in una dipendenza affettiva che è una forma di schiavitù.


In una comunità, in un gruppo, ci sono anche delle “antipatie”. Ci sono sempre delle persone con le quali non mi intendo, che mi bloccano, che mi contraddicono e soffocano lo slancio della mia vita e della mia libertà. La loro presenza sembra minacciare e risvegliare la mia povertà, le mie colpe e le mie ferite, sembra minacciarmi e provoca in me aggressività o una forma di regressione servile. In loro presenza sono incapace di esprimermi e di vivere in pace. Altri fanno nascere in me sentimenti di invidia e di gelosia: sono tutto quello che vorrei essere e la loro presenza mi ricorda che io non lo sono. La loro radiosità e la loro intelligenza mi rimandano ai limiti della mia intelligenza. Altri mi chiedono troppo. Non posso rispondere alla loro richiesta affettiva incessante. Sono obbligato a respingerli. Queste persone sono miei “nemici”; mi mettono in pericolo e, anche se non oso ammetterlo, le odio. Certo, quest’odio è solo psicologico, non è ancora morale, cioè voluto. Ma lo stesso avrei preferito che queste persone non esistessero! La loro scomparsa mi apparirebbe come una liberazione.


È naturale che in un gruppo, in una comunità, ci siano vicinanze di sensibilità e blocchi tra sensibilità diverse. Queste cose hanno diverse motivazioni, spesso non abbiamo su di esse nessun controllo.
Se ci lasciamo guidare dalle nostre emozioni, si costituiranno dei gruppuscoli chiusi all’interno della comunità più vasta. Allora non sarà più una comunità, un luogo di comunione, ma dei gruppi di persone più o meno chiuse su di sé e bloccate nei confronti degli altri. Quando si incontrano certi gruppi, o si entra in certe comunità si percepiscono subito queste tensioni e queste guerre sotterranee.. Le persone non si guardano in faccia. Quando si incontrano nei corridoi, sono come navi nella notte. Una comunità è tale quando la maggioranza dei suoi membri ha deciso coscientemente di spezzare queste barriere e di uscire dal bozzolo delle “amicizie” per tendere la mano ai “nemici”. Ma questo è un lungo cammino. Una comunità non si fa in un giorno. In realtà non è mai fatta! È sempre sia in progresso verso un amore più grande, sia in regresso, a seconda che le persone accettino o rifiutino di scendere nel tunnel della sofferenza per rinascere nello Spirito.


Finché non accetto di essere un miscuglio di luce e di tenebre, di qualità e di difetti, di amore e di odio, di altruismo e di egocentrismo, di immaturità e di maturità, io continuo a dividere il mondo in “nemici” e “amici”, in “buoni” e “cattivi”; continuo ad erigere barriere dentro di me e fuori di me, a diffondere pregiudizi. Ma se ammetto di avere debolezze e difetti, di aver peccato contro Dio e contro i miei fratelli e sorelle ma che sono perdonato e posso progredire verso la libertà interiore e un amore più vero, allora posso accettare i difetti e le debolezze degli altri. Anche loro sono perdonati da Dio e possono progredire verso la libertà e l’amore; posso iniziare a vedere in loro la ferita che genera la paura, ma anche il dono che posso amare e ammirare. Siamo tutte persone mortali e fragili ma siamo tutti unici e preziosi. C’è una speranza; tutti possiamo progredire verso una libertà più grande. Impariamo a perdonare (Jean Vanier, La comunità: luogo del perdono e della festa, Jaca Book, Milano 2000, pp. 50-53).